One Stop Art in visita alla cantina di Ca' del Bosco di Erbusco

Mercoledì scorso abbiamo visitato l’incredibile cantina di Ca’ del Bosco di Erbusco, nel cuore della Franciacorta, un luogo dove vino e arte si integrano armoniosamente con il paesaggio circostante.

Il binomio arte e vino ha origini antichissime ed il vino è da sempre una presenza costante nelle opere d’arte, dalla pittura alla scultura: è presente già nell’arte egizia del XIV secolo a.C., in quella classica antica (greca e romana) e nel Rinascimento italiano, fino ad arrivare all’arte contemporanea. Il vino è stato sempre scelto dall’arte ma la vera “novità” è che oggigiorno anche l’arte viene scelta dal vino o, più precisamente, dalle aziende vitivinicole.

Non è insolito che le aziende vitivinicole scelgano di intraprendere delle iniziative legate all'arte, tra cui l'acquisto o commissione di opere d'arte da installare in cantina, la realizzazione di etichette o packaging d'artista, la progettazione della cantina affidata ad architetti o designer di fama internazionale, la partnership con realtà culturali e artistiche, o ancora la realizzazione di musei tematici del vino.

Maurizio Zanella, fondatore di Ca’ del Bosco, ha dato vita negli anni ad una ricca collezione di opere d’arte, distribuite tra le cantine ed il parco circostante: tra le opere presenti, realizzate site-specific dagli artisti dopo aver visitato la cantina, partendo dall’ingresso di Ca’ del Bosco troviamo l’imponente cancello di Arnaldo Pomodoro, una struttura di 5 metri di diametro che rappresenta un grande sole, il vero nutrimento dell’uva. All’entrata dell’area vinificazione della cantina è collocato un rinoceronte a grandezza naturale sospeso nel vuoto: l’opera, dal titolo “Il peso del tempo sospeso”, è stata realizzata da Stefano Bombardieri nel 2003 e simboleggia l’attesa e la stasi in contrapposizione alla vitalità e all’energia caratteristiche dell’animale.

Sorprendente è la scultura di Zheng Lu intitolata “Water in dripping”: spruzzi d’acqua congelati nell’acciaio inossidabile dalla superficie liscia e cromata, che riflette l’ambiente circostante e muta mentre lo spettatore vi si muove attorno, sembrano sfidare la gravità apparendo in movimento carichi d’energia. “Testimone” di Mimmo Paladino è una scultura realizzata nel 2017 dall’eco delle celebri Matres Matutae del Museo Campano di Capua, nella mitologia romana simbolo di fertilità: la figura veglia e custodisce imperante le bottiglie di vino assopite nella penombra.

Nella Cupola dei Sensi è infine installato “Ludoscopio” di Paolo Scirpa: una visione di presenze incorporee che prendono forma a partire dal cerchio applicandogli le due più semplici regole della simmetria, ovvero la traslazione e l’espansione per mezzo di luce al neon e specchi, con il risultato di un effetto prospettico che moltiplica la forma geometrica all’infinito come in un tunnel di cui non si vede la fine, a simboleggiare un finale ignoto.

È stata un’esperienza affascinante che ci ha permesso di comprendere meglio come l’arte possa essere un solido anello di congiunzione tra uomo, natura e le vigne, fungendo al contempo da medium per migliorare l'immagine aziendale ed il prestigio del brand, nonché da strumento atto a perseguire obiettivi di responsabilità sociale d'impresa come il supporto alla comunità artistica e la creazione di nuove connessioni con i clienti e la comunità locale, e infine da stimolo alla creatività dei dipendenti migliorandone altresì il luogo di lavoro.

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Anselm Kiefer torna in Italia

Firenze ospita una grande mostra dedicata ad Anselm Kiefer, trai più importanti maestri contemporanei tedeschi, che propone un itinerario di introspezione sull’essere umano, tra lavori storici e nuove produzioni, tra cui una grande opera site-specific creata in dialogo con il cortile rinascimentale di Palazzo Strozzi, che ci esortano a riflettere sulla condizione dell’intera umanità, affrontando vari temi cari all’artista quali la memoria, la mitologia, la letteratura e la filosofia.

Come suggerito dal titolo, Anselm Kiefer. Angeli caduti, la mostra è concepita dall’artista attorno al tema degli angeli caduti, ripreso invero dall’imponente opera di oltre 7 metri di altezza situata nel cortile del palazzo, Engelssturz, che rappresenta la caduta degli angeli ribelli cacciati dal Paradiso a seguito della loro insurrezione contro Dio, nonché da Luzifer (2012-2023), dove il protagonista è Lucifero, il più noto degli angeli ribelli che precipita nell’abisso: l’ala di aereo in piombo che sporge dal dipinto richiama il tema contemporaneo della guerra e dei “diavoli” del presente, cui Kiefer lancia un esplicito monito.

La seconda sala ospita una selezione di opere ispirate alla mitologia, recanti un omaggio a Eliogabalo, giovane e controverso imperatore romano del III secolo, a cui Kiefer dedica due enormi tele dal vibrante fondo dorato con enormi girasoli di memoria vangoghiana, che celebrano il culto del sole e della luce che trionfa sulle tenebre. E poi, le figure femminili di Danae (2016), Cynara (2023), e Daphne (2008-2011), tutte e tre protagoniste di episodi delle Metamorfosi di Ovidio, testo prediletto per la ricerca dell’ispirazione nel Rinascimento.

Una stanza è poi dedicata alla filosofia presocratica ed ospita le opere La Scuola di Atene (2022), Vor Sokrates (2022) e Ave Maria (2022); fanno seguito alcune citazioni letterarie come il Locus Solus di Raymond Roussel ed i versi del componimento “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo, che chiudono la mostra.
A cura di Arturo Galansino, questa mostra è un’imperdibile occasione per entrare in contatto diretto con l’artista e sarà visitabile fino al 21 luglio 2024.

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Helmut Newton. Legacy

È in corso, presso le Stanze della Fotografia a Venezia, la più completa esposizione di opere di Helmut Newton, pseudonimo anglicizzato di Helmut Neustädter, fotografo tedesco nato a Berlino nel 1920.

Rifugiatosi in Australia nel 1938 poiché costretto a lasciare la Germania per le leggi razziali, dopo un ventennio Newton si trasferisce a Parigi, dove si afferma come uno dei protagonisti del Novecento in seguito a preziose collaborazioni con la rivista Vogue, una delle più prestigiose al mondo, e con stilisti del calibro di Yves Saint Laurent, Karl Lagerfeld e Chanel, lasciando così un segno indelebile nel mondo della moda.

La retrospettiva, intitolata Helmut Newton. Legacy, è affidata alla curatela di Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation e di Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografia, e sarà visitabile fino al 24 novembre 2024.

Tra gli oltre 200 scatti, riviste e documenti in esposizione, una cospicua parte racconta il rivoluzionario approccio dell’artista al nudo femminile, testimoniato anche dal suo Big Nudes, libro cult del 1981 in cui sono raccolti 39 scatti in bianco e nero, molti dei quali presenti a Venezia, pionieri della gigantografia e degli scatti a grandezza umana.

Il suo repertorio creativo si articola in sei capitoli cronologici raccontati in mostra: gli esordi degli anni Quaranta e Cinquanta in Australia, gli anni Sessanta in Francia, gli anni Settanta negli Stati Uniti, gli Ottanta tra Monte Carlo e Los Angeles e i numerosi servizi in giro per il mondo degli anni Novanta.

Un tratto essenziale delle fotografie di Newton è indubbiamente quello di essere intrise di storytelling: il racconto, carico di erotismo, mistero e provocazione, diventa protagonista e prevale sul singolo scatto, spesso permeato di atmosfere che rimandano alla sua passione per l’iconografia noir, per il cinema o per la pittura e l’arte figurativa di artisti come Velázquez, Goya o Magritte.

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IN MY NAME. Above the show.

17 urban artist di fama internazionale per la prima volta assieme a Treviso, dal 9 maggio al 30 giugno: “IN MY NAME. Above the show” è una mostra unica nel suo genere, che riempie i capannoni dell’ex Ceramiche Pagnossin con le opere degli artisti che rappresentano i rami germinali della Urban Art.

Una corrente artistica dinamica e contemporanea che IN MY NAME ci fa vivere in versione indoor, in maniera nettamente diversa da come siamo abituati.

Come raccontano i curatori dell’evento, Martina Cavallarin e Antonio Caruso, l’intento del progetto è proprio quello di andare “Above the show”, oltre lo show e oltre i muri, per mostrare al pubblico il generale stato della ricerca dell’Urban Art oggi.

Spesso pensiamo all’Urban Art come ad un’arte senza nome, senza volto. Un’arte creata al buio, fuorilegge. IN MY NAME realizza un vero e proprio atto di presenza per questi 17 artisti che, esponendo collettivamente le loro opere, sembrano dire al mondo “lo sono qui, lo faccio con il mio nome e dichiaro me stesso”.

La rassegna non si fermerà a Treviso: dal 19 luglio al 3 novembre, l’evento si sposterà a Monopoli presso l’ex Deposito Carburanti, un’area di oltre 30.000 mq totali, facente parte integrante del progetto di riqualificazione urbana e rigenerazione paesaggistica che coinvolge la città.

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Padova apre le porte alla nuova monografica dedicata a Fabrizio Plessi

Unisci la Fondazione Alberto Peruzzo e Fabrizio Plessi e falli incontrare in una location d’eccezione, la Nuova Sant’Agnese a Padova; prendi le opere del grande maestro e affidale alla curatela di Roberto Caldura: ecco gli ingredienti perfetti di “Nero Oro”, la nuova monografica dedicata ad uno degli artisti più riconosciuti dell’arte contemporanea italiana, visitabile fino al 13 ottobre 2024.

A poco più di un mese dalla conclusione della personale di Esther Stocker, “Nero Oro” si preannuncia l’ennesimo successo della Fondazione Peruzzo, che sino ad ora è riuscita a portare nella città patavina arte contemporanea di alta qualità.

“Nero Oro” consolida il legame tra la Fondazione e il Maestro, veneziano d’adozione, che già in passato avevano collaborato durante le edizioni del 2011 e del 2015 della Biennale di Venezia.

Protagonista della mostra è la tensione tra due colori, il nero e l’oro: il primo rappresenta la materia grezza, mentre il secondo la massima espressione umana, simbolo di rigenerazione. Tale contrapposizione è ben visibile a partire dalla prima videoinstallazione che si trova nella navata dell’ex chiesa, e prosegue negli spazi della sacrestia, dove è possibile immergersi nel processo creativo di Plessi attraverso oltre 100 disegni, schizzi e quaderni che raccontano l’evoluzione del tema dell’Età dell’Oro nella poetica dell’artista. Nell’ipogeo è presente la seconda videoinstallazione, opera concepita site-specific in dialogo con la strada basolata di epoca romana scoperta durante i lavori di restauro della ex Chiesa di Sant’Agnese.

Venerdì 5 aprile eravamo al vernissage della mostra e ai nostri microfoni Plessi si è raccontato così: “Io dico sempre una cosa: sono un navigatore solitario in questo mare dell’arte che è sempre un mare in tempesta; non c’è mai un momento di bonaccia, di tranquillità, però io sto attaccato al mio timone e so dove andare ad approdare. Pensate sempre che una volta che la nostra testa si è allargata ad idee più grandi, non tornerà mai più nel suo formato originale.”

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Picasso. La metamorfosi della figura

Il 22 febbraio il Mudec di Milano inaugurerà la mostra “Picasso. La metamorfosi della figura”, affidata alla curatela di Malén Gual e Ricardo Ostalé.

La mostra ripercorre cronologicamente il ricco percorso artistico di Picasso, a partire dalle opere giovanili che possiamo datare attorno al 1906, anno della scoperta di quella che l’artista chiamò “arte nera”, ovvero l’arte remota di civiltà primordiali provenienti dal continente africano, i cui tratti di semplicità, immediatezza e unità plastica vennero poi assimilati nella sua produzione fino agli ultimi lavori degli anni Sessanta, prediligendo una sintesi delle forme arricchita da una forte carica emotiva.

Picasso rimodella figure dai volumi squadrati, in una costante scomposizione e ricomposizione delle forme, spesso caratterizzate da una forte connotazione erotica; risultano assenti lo sfondo e l’illusione spaziale, così come è consueta la rinuncia alla componente narrativa.

Emblematica è la genesi delle figure femminili dipinte nell’opera Les Demoiselles d’Avignon (1907), che deriva proprio dalla sperimentazione di nuove soluzioni espressive, ove l’essenzialità dei volumi e la schematizzazione geometrica delle forme incontra la stilizzazione dei volti, allungati e privi di chiaroscuro, all’interno di uno spazio che supera la prospettiva rinascimentale prediligendo una compenetrazione di figure e sfondo.

La mostra ospita oltre quaranta opere del maestro spagnolo, tra dipinti, sculture, insieme a 26 disegni e bozzetti di studi preparatori del preziosissimo Quaderno n. 7, concesso per la mostra dalla Fondazione Pablo Ruiz Picasso - Museo Casa Natal di Malaga. Si tratta di un'imperdibile rassegna per addentrarsi alla scoperta del processo creativo di uno degli artisti più influenti del XX secolo, che sarà visitabile fino al 30 giugno 2024.

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Il caso Cassirer vs Fondazione Thyssen-Bornemisza

di Avv. Michela Zanetti

Il 9 gennaio scorso, il Nono Circuito della US Court of Appeal si è pronunciato sul caso che ha visto la famiglia Cassirer battersi, per circa un ventennio, con la Fondazione Thyssen-Bornemisza di Madrid per la restituzione del dipinto “Rue Saint-Honoré, dans l’après midi. Effet de pluie, 1897” dell’impressionista francese Camille Pissarro. Con questo attesissimo verdetto, la Corte ha statuito che l’opera è di proprietà della Fondazione Thyssen-Bornemisza e come tale resterà in Spagna, facendo sfumare così la speranza dei Cassirer di ottenerne la restituzione.

La vicenda

Il verdetto giunge all’esito di uno dei casi giudiziari più lunghi e travagliati che ha coinvolto il mondo dell’arte nel secondo dopoguerra. Lo scenario dei primi capitoli della vicenda è quello della Germania del 1939: Lily Cassirer Neubauer, di origine ebrea, (s)vende il proprio dipinto ai nazisti in cambio della possibilità di lasciare il Paese. La Cassirer non riceve alcun corrispettivo per la vendita (l’opera viene peraltro fortemente svalutata) e per questo motivo, nel dopoguerra, avvierà un’azione legale nei confronti della Germania (che si concluderà nel 1958 con un risarcimento di 120mila marchi tedeschi).

Al termine del conflitto, la famiglia Cassirer perde ogni traccia del dipinto. In seguito alla caduta del nazismo, infatti, l’opera raggiunge gli Stati Uniti dove transita in alcune gallerie tra Beverly Hills e New York per approdare poi, nel 1976, nella collezione privata del Barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza, noto collezionista d’arte deceduto nel 2002. Negli anni ’90, il dipinto viene acquistato dalla Fondazione Thyssen-Bornemisza – con il finanziamento del Regno di Spagna - e trasferito a Madrid all’interno dell’omonimo Museo, dove è tutt’ora esposto assieme all’intera collezione del Barone.

Il giudizio: quale legge applicabile?

Nei primi anni 2000, l’opera viene rintracciata dagli eredi di Lily Cassirer che immediatamente si rivolgono al Museo per chiederne la restituzione. A fronte di un secco diniego, nel 2005 i Cassirer intraprendono la loro battaglia legale per la restituzione del dipinto. Il giudizio viene instaurato negli USA nei confronti della Fondazione spagnola: risolta la questione sulla giurisdizione[1], i giudici si trovano a dover affrontare il conflitto tra le due leggi potenzialmente applicabili, quella americana e quella spagnola, che disciplinano in maniera opposta la possibilità di ottenere la proprietà su un bene acquistato da chi non ne ha titolo. La questione è “semplice”: se viene applicata la legge americana il dipinto ritorna ai Cassirer, se viene applicata quella spagnola no. Negli Stati Uniti, infatti, vige la regola del nemo dat, per cui l’acquisto di un bene da chi non ha titolo nega all’acquirente la possibilità di acquisirne la proprietà. Tale istituto è per lo più estraneo agli ordinamenti di civil law, tra cui la Spagna, appunto, dove, in presenza di determinati requisiti (come la buona fede e/o il decorso di un certo periodo di tempo) è possibile ottenere comunque la proprietà sul bene[2]. Concorde nel ritenere la buona fede della Fondazione al momento dell’acquisto, il Nono Circuito, applicando la legge federale come norma di conflitto, dichiara l’applicabilità della legge spagnola.

Tuttavia, nel 2022, la Corte Suprema - cui i Cassirer avevano immediatamente ricorso – dichiara che l’individuazione della legge applicabile deve avvenire sulla base di una differente norma di conflitto, ovvero la legge statale della California. La questione viene, quindi, rimessa al Nono Circuito che, tuttavia, il 9 gennaio 2024, pur in applicazione del nuovo criterio, conferma l’applicabilità della legge spagnola, dichiarando il dipinto di proprietà del Museo ex art. 1955 del Codigo Civil[i].

Considerazioni

Un verdetto controverso che si abbatte su un tema molto delicato, quello delle spoliazioni, dei saccheggi e delle confische operate dal regime nazista e che lascia aperti molti dubbi e interrogativi, soprattutto sul piano etico e morale. Quello della nazi-looted art è un capitolo “sporco” della storia del nazismo, che ancora affligge il mercato dell’arte: a fronte di migliaia di opere razziate e saccheggiate, oggi, a quasi ottant’anni dalla fine della Guerra, si stima che ne risultino disperse più di centomila in tutto il mondo. Il loro ritrovamento ed il loro recupero è difficile e richiede un grandissimo sforzo a livello internazionale.

L’impegno e la sensibilizzazione degli Stati Occidentali verso questo tema sono stati cristallizzati nei cosiddetti Washington Principles, redatti durante la Conferenza di Washington del 1998 sui beni dell’Olocausto (successivamente richiamati, ampliati e potenziati sia dalla Dichiarazione di Vilnius del 2000 sia dalla Dichiarazione di Terezin del 2009). Si tratta di principi non vincolanti che, nel rispetto dei sistemi giuridici coinvolti, fungono da “criteri guida” per i vari Stati che vi hanno aderito, formalizzando l’impegno di questi ultimi a garantire l’identificazione ed il ritrovamento delle opere trafugate nonché a promuovere e facilitare soluzioni giuste ed eque di fronte a eventuali richieste di recupero.

Viene da chiedersi, allora, se in questa vicenda, dove peraltro non è mai stata contestata dalle parti la reale provenienza dell’opera, la condotta della Spagna sia stata effettivamente ispirata a questi principi e se il verdetto dei giudici americani rappresenti quella soluzione “giusta ed equa” cui i Washington Principles aspirano in simili vicende. Sembra quasi che in questo caso l’applicazione della legge abbia imposto una strada opposta rispetto a quella dell’etica e della morale e che la Corte non abbia potuto fare altro che seguirla. Interessanti, al riguardo, le parole del giudice Callahan in chiusura della decisione: A volte il nostro giuramento e la consapevolezza del nostro ruolo di giudici d'appello ci impongono di approvare un risultato in contrasto con la nostra bussola morale. […] La Spagna, avendo riaffermato il suo impegno nei confronti dei Principi di Washington sull'arte confiscata ai nazisti quando ha firmato la Dichiarazione di Terezin sui beni dell'era dell'Olocausto e le questioni correlate, avrebbe dovuto rinunciare volontariamente al dipinto. Tuttavia, come abbiamo affermato in precedenza, "non possiamo ordinare il rispetto dei Principi di Washington o della Dichiarazione di Terezin". La nostra opinione è obbligata dalle constatazioni di fatto della corte distrettuale e dalla legge applicabile, ma vorrei che fosse altrimenti. 

C’è chi si chiede cosa farà ora il Museo, ma più in generale la Spagna, a fronte di questa sentenza, così come c’è chi sostiene che il dipinto avrebbe già dovuto essere restituito spontaneamente ai Cassirer, molti anni fa. L’unica cosa certa è la volontà della famiglia di continuare a lottare per ottenere la restituzione di questa meravigliosa opera d’arte.

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[1] Il Foreign Sovereign Immunities Act statunitense del 1976 (di seguito, FSIA) prevede l’immunità per gli stati stranieri dalla giurisdizione delle corti statunitensi. La legge tuttavia prevede alcune eccezioni, come nel caso in cui siano “coinvolti diritti di proprietà espropriati in violazione del diritto internazionale”. Proprio in base base a tale eccezione, i giudici hanno ritenuto ammissibile la competenza giurisdizionale USA per il caso in esame.

[2] Secondo la legge spagnola "tre anni di possesso ininterrotto in buona fede" sono sufficienti per l'acquisizione del titolo di proprietà.

[i] La Corte ha ritenuto di dover applicare la legge del Paese i cui interessi sarebbero "maggiormente danneggiati" se la propria legge fosse ignorata. Secondo l’opinione della Corte gli interessi governativi della Spagna sarebbero più danneggiati dall'applicazione della legge californiana rispetto a quanto sarebbero danneggiati gli interessi governativi della California in caso di applicazione della legge spagnola che pregiudicherebbe solo in parte gli interessi della California a scoraggiare i furti e a restituire le opere d'arte rubate alle vittime del furto.

 


"Uno scenario mentale": Esther Stocker in mostra a Padova

 

La Fondazione Alberto Peruzzo dedica la mostra conclusiva del 2023 a Esther Stocker, artista italo-austriaca nota a livello internazionale per le sue sculture ed installazioni caratterizzate dalla rottura dei rigidi schemi di organizzazione spaziale e dall’utilizzo di una palette di colori limitata al nero, grigio e bianco.

La personale è accolta dallo spazio della navata della Nuova Sant’Agnese a Padova, dov’è collocata una serie di tele ed opere scultoree, in stretto dialogo con una selezione opere d’arte cinetica e optical appartenenti alla collezione della Fondazione, realizzate da artisti italiani ed internazionali, sulle quali si è formato lo stesso lavoro di Stocker.

Le opere in esposizione rappresentano la contrapposizione tra rigore e caos: qual è l’influenza che gli studi sulla psicologia della percezione hanno avuto sulla ricerca dell’artista?

“La componente geometrica, fortemente presente nel lavoro di Esther Stocker”, risponde Marco Trevisan, Direttore della Fondazione Alberto Peruzzo, “ha da sempre alimentato buona parte dell'arte moderna e contemporanea. L'utilizzo di linee e griglie, ma anche di forme che vanno dal triangolo, al quadrato, alle forme tridimensionali e le loro regole sottostanti, hanno sempre affascinato gli artisti. Basti pensare a Mondrian e ad Albers, solo per citarne un paio. A sua volta, la contemplazione di forme geometriche ha a che fare con la percezione che abbiamo di esse, e ci sono stati artisti che hanno giocato e lavorato su questo aspetto. Un filone importante è stato quello derivante dagli studi della Gestalt - psicologia della forma - una corrente psicologica sviluppatasi a partire dagli anni '20. Elemento fondamentale è l'esperienza visiva. Il lavoro della Stocker ha dei riferimenti a ciò e al costruttivismo, all’Op Art, alla psicologia della percezione. In mostra, in sacrestia, abbiamo deciso di mettere anche un'opera di Kanizsa, psicologo artista di Trieste, perché su stessa ammissione dell'artista altoatesina la sua opera la aveva particolarmente ispirata. Kanizsa pittore predilesse sempre forme pure dai tratti essenziali che difficilmente potevano essere ricondotte a qualcosa di noto, quasi sempre in bianco e nero, ma che creavano stimoli particolari. Famoso il triangolo che prende il suo nome e che crea un'illusione ottica. L'elemento di novità, però, che immette la Stocker rispetto a tutta questa tradizione sugli studi percettivi è la rottura, il disequilibrio: tutto questo ordine geometrico viene in qualche modo, qui e là, interrotto e si crea disordine (come nelle sculture accartocciate) o caos (come nell’esplosione all'interno dei quadri che sembrano rappresentare il cosmo)."

Non perdetevi l'occasione di visitare questa straordinaria rassegna, che sarà fruibile al pubblico fino al 3 marzo 2024.

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Fortunato Depero. Cavalcata fantastica

A Palazzo Medici Riccardi di Firenze è in corso la mostra "Fortunato Depero. Cavalcata fantastica", affidata alla curatela di Sergio Risaliti ed Eva Francioli.

Il maestro futurista, nonché uno degli artisti più influenti della prima metà del ‘900, fu una figura emblematica per lo sviluppo del cosiddetto Secondo Futurismo, la seconda fase del movimento artistico che portò ad una radicale trasformazione dell’ambiente mediante un’attività ricostruttiva, come esemplificato da questo estratto del manifesto Ricostruzione futurista dell’universo: “Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l'universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all'invisibile, all'impalpabile, all'imponderabile, all'impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell'universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto”.

La monografica focalizza l’attenzione sul legame tra Depero e la sua produzione artistica ed il territorio fiorentino, attraverso una raccolta di capolavori, tra i quali spiccano, per dimensioni, due arazzi intitolati Cavalcata Fantastica e Due Maschere Tropicali, oltre a Nitrito in velocità, dipinto in prestito dal Museo Novecento di Firenze.

Per saperne di più visita il sito: https://www.palazzomediciriccardi.it/mostra/depero-cavalcata-fantastica/.

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Vincent van Gogh. Pittore colto

Al MUDEC di Milano è in corso la mostra “Vincent van Gogh. Pittore colto”, in collaborazione con il museo Kröller-Müller di Otterlo.

Il progetto espositivo presenta una prospettiva inedita sul celebre genio olandese, discostandosi dagli stereotipi che ne condizionano spesso e volentieri la narrazione: oltre ad essere stato un grande pittore, quale è riconosciuto globalmente, Van Gogh si rivela profondamente aggiornato sul dibattito culturale del suo tempo, nonché un assiduo e colto lettore e collezionista di stampe giapponesi.

La curatela della mostra evidenzia pertanto il rapporto tra la visione artistica e l’imprescindibile dimensione culturale del pittore, la quale ha indubbiamente condizionato la sua opera ed in particolare i significati ad essa sottesi, costellandola di tematiche sociali che furono per lui una preziosa materia d’ispirazione.

Per maggiori info visita il sito: https://www.mudec.it/vincent-van-gogh-pittore-colto/.

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