Padova apre le porte alla nuova monografica dedicata a Fabrizio Plessi

Unisci la Fondazione Alberto Peruzzo e Fabrizio Plessi e falli incontrare in una location d’eccezione, la Nuova Sant’Agnese a Padova; prendi le opere del grande maestro e affidale alla curatela di Roberto Caldura: ecco gli ingredienti perfetti di “Nero Oro”, la nuova monografica dedicata ad uno degli artisti più riconosciuti dell’arte contemporanea italiana, visitabile fino al 13 ottobre 2024.

A poco più di un mese dalla conclusione della personale di Esther Stocker, “Nero Oro” si preannuncia l’ennesimo successo della Fondazione Peruzzo, che sino ad ora è riuscita a portare nella città patavina arte contemporanea di alta qualità.

“Nero Oro” consolida il legame tra la Fondazione e il Maestro, veneziano d’adozione, che già in passato avevano collaborato durante le edizioni del 2011 e del 2015 della Biennale di Venezia.

Protagonista della mostra è la tensione tra due colori, il nero e l’oro: il primo rappresenta la materia grezza, mentre il secondo la massima espressione umana, simbolo di rigenerazione. Tale contrapposizione è ben visibile a partire dalla prima videoinstallazione che si trova nella navata dell’ex chiesa, e prosegue negli spazi della sacrestia, dove è possibile immergersi nel processo creativo di Plessi attraverso oltre 100 disegni, schizzi e quaderni che raccontano l’evoluzione del tema dell’Età dell’Oro nella poetica dell’artista. Nell’ipogeo è presente la seconda videoinstallazione, opera concepita site-specific in dialogo con la strada basolata di epoca romana scoperta durante i lavori di restauro della ex Chiesa di Sant’Agnese.

Venerdì scorso eravamo al vernissage della mostra e ai nostri microfoni Plessi si è raccontato così: “Io dico sempre una cosa: sono un navigatore solitario in questo mare dell’arte che è sempre un mare in tempesta; non c’è mai un momento di bonaccia, di tranquillità, però io sto attaccato al mio timone e so dove andare ad approdare. Pensate sempre che una volta che la nostra testa si è allargata ad idee più grandi, non tornerà mai più nel suo formato originale.”

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Picasso. La metamorfosi della figura

Il 22 febbraio il Mudec di Milano inaugurerà la mostra “Picasso. La metamorfosi della figura”, affidata alla curatela di Malén Gual e Ricardo Ostalé.

La mostra ripercorre cronologicamente il ricco percorso artistico di Picasso, a partire dalle opere giovanili che possiamo datare attorno al 1906, anno della scoperta di quella che l’artista chiamò “arte nera”, ovvero l’arte remota di civiltà primordiali provenienti dal continente africano, i cui tratti di semplicità, immediatezza e unità plastica vennero poi assimilati nella sua produzione fino agli ultimi lavori degli anni Sessanta, prediligendo una sintesi delle forme arricchita da una forte carica emotiva.

Picasso rimodella figure dai volumi squadrati, in una costante scomposizione e ricomposizione delle forme, spesso caratterizzate da una forte connotazione erotica; risultano assenti lo sfondo e l’illusione spaziale, così come è consueta la rinuncia alla componente narrativa.

Emblematica è la genesi delle figure femminili dipinte nell’opera Les Demoiselles d’Avignon (1907), che deriva proprio dalla sperimentazione di nuove soluzioni espressive, ove l’essenzialità dei volumi e la schematizzazione geometrica delle forme incontra la stilizzazione dei volti, allungati e privi di chiaroscuro, all’interno di uno spazio che supera la prospettiva rinascimentale prediligendo una compenetrazione di figure e sfondo.

La mostra ospita oltre quaranta opere del maestro spagnolo, tra dipinti, sculture, insieme a 26 disegni e bozzetti di studi preparatori del preziosissimo Quaderno n. 7, concesso per la mostra dalla Fondazione Pablo Ruiz Picasso - Museo Casa Natal di Malaga. Si tratta di un'imperdibile rassegna per addentrarsi alla scoperta del processo creativo di uno degli artisti più influenti del XX secolo, che sarà visitabile fino al 30 giugno 2024.

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"Uno scenario mentale": Esther Stocker in mostra a Padova

 

La Fondazione Alberto Peruzzo dedica la mostra conclusiva del 2023 a Esther Stocker, artista italo-austriaca nota a livello internazionale per le sue sculture ed installazioni caratterizzate dalla rottura dei rigidi schemi di organizzazione spaziale e dall’utilizzo di una palette di colori limitata al nero, grigio e bianco.

La personale è accolta dallo spazio della navata della Nuova Sant’Agnese a Padova, dov’è collocata una serie di tele ed opere scultoree, in stretto dialogo con una selezione opere d’arte cinetica e optical appartenenti alla collezione della Fondazione, realizzate da artisti italiani ed internazionali, sulle quali si è formato lo stesso lavoro di Stocker.

Le opere in esposizione rappresentano la contrapposizione tra rigore e caos: qual è l’influenza che gli studi sulla psicologia della percezione hanno avuto sulla ricerca dell’artista?

“La componente geometrica, fortemente presente nel lavoro di Esther Stocker”, risponde Marco Trevisan, Direttore della Fondazione Alberto Peruzzo, “ha da sempre alimentato buona parte dell'arte moderna e contemporanea. L'utilizzo di linee e griglie, ma anche di forme che vanno dal triangolo, al quadrato, alle forme tridimensionali e le loro regole sottostanti, hanno sempre affascinato gli artisti. Basti pensare a Mondrian e ad Albers, solo per citarne un paio. A sua volta, la contemplazione di forme geometriche ha a che fare con la percezione che abbiamo di esse, e ci sono stati artisti che hanno giocato e lavorato su questo aspetto. Un filone importante è stato quello derivante dagli studi della Gestalt - psicologia della forma - una corrente psicologica sviluppatasi a partire dagli anni '20. Elemento fondamentale è l'esperienza visiva. Il lavoro della Stocker ha dei riferimenti a ciò e al costruttivismo, all’Op Art, alla psicologia della percezione. In mostra, in sacrestia, abbiamo deciso di mettere anche un'opera di Kanizsa, psicologo artista di Trieste, perché su stessa ammissione dell'artista altoatesina la sua opera la aveva particolarmente ispirata. Kanizsa pittore predilesse sempre forme pure dai tratti essenziali che difficilmente potevano essere ricondotte a qualcosa di noto, quasi sempre in bianco e nero, ma che creavano stimoli particolari. Famoso il triangolo che prende il suo nome e che crea un'illusione ottica. L'elemento di novità, però, che immette la Stocker rispetto a tutta questa tradizione sugli studi percettivi è la rottura, il disequilibrio: tutto questo ordine geometrico viene in qualche modo, qui e là, interrotto e si crea disordine (come nelle sculture accartocciate) o caos (come nell’esplosione all'interno dei quadri che sembrano rappresentare il cosmo)."

Non perdetevi l'occasione di visitare questa straordinaria rassegna, che sarà fruibile al pubblico fino al 3 marzo 2024.

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Fortunato Depero. Cavalcata fantastica

A Palazzo Medici Riccardi di Firenze è in corso la mostra "Fortunato Depero. Cavalcata fantastica", affidata alla curatela di Sergio Risaliti ed Eva Francioli.

Il maestro futurista, nonché uno degli artisti più influenti della prima metà del ‘900, fu una figura emblematica per lo sviluppo del cosiddetto Secondo Futurismo, la seconda fase del movimento artistico che portò ad una radicale trasformazione dell’ambiente mediante un’attività ricostruttiva, come esemplificato da questo estratto del manifesto Ricostruzione futurista dell’universo: “Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l'universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all'invisibile, all'impalpabile, all'imponderabile, all'impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell'universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto”.

La monografica focalizza l’attenzione sul legame tra Depero e la sua produzione artistica ed il territorio fiorentino, attraverso una raccolta di capolavori, tra i quali spiccano, per dimensioni, due arazzi intitolati Cavalcata Fantastica e Due Maschere Tropicali, oltre a Nitrito in velocità, dipinto in prestito dal Museo Novecento di Firenze.

Per saperne di più visita il sito: https://www.palazzomediciriccardi.it/mostra/depero-cavalcata-fantastica/.

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Vincent van Gogh. Pittore colto

Al MUDEC di Milano è in corso la mostra “Vincent van Gogh. Pittore colto”, in collaborazione con il museo Kröller-Müller di Otterlo.

Il progetto espositivo presenta una prospettiva inedita sul celebre genio olandese, discostandosi dagli stereotipi che ne condizionano spesso e volentieri la narrazione: oltre ad essere stato un grande pittore, quale è riconosciuto globalmente, Van Gogh si rivela profondamente aggiornato sul dibattito culturale del suo tempo, nonché un assiduo e colto lettore e collezionista di stampe giapponesi.

La curatela della mostra evidenzia pertanto il rapporto tra la visione artistica e l’imprescindibile dimensione culturale del pittore, la quale ha indubbiamente condizionato la sua opera ed in particolare i significati ad essa sottesi, costellandola di tematiche sociali che furono per lui una preziosa materia d’ispirazione.

Per maggiori info visita il sito: https://www.mudec.it/vincent-van-gogh-pittore-colto/.

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Via Crucis. La passione di Cristo

È trascorso un mese dalla scomparsa di Fernando Botero, pittore e scultore colombiano conosciuto in tutto il mondo per le opulente figure colorate, dai volumi visibilmente enfatizzati.

Il Museo della Permanente di Milano annuncia “Via Crucis. La passione di Cristo”, la prima mostra postuma dedicata all’artista che presenta una raccolta di sessanta opere tra oli e disegni preparatori, realizzate tra il 2010 e il 2011, che indagano il rapporto di Botero con la religione, tematica profondamente radicata nella sua cultura originaria: è proprio dal Museo di Antioquia di Medellín che proviene difatti la collezione, donata dal maestro nel 2012.

Il corpus di Botero, composto dalle caratteristiche figure morbide e colorate, si arricchisce di questa serie di opere in cui emergono il dramma ed il dolore rappresentati dalla Passione di Cristo, i tormentosi eventi subiti da Gesù nei suoi ultimi giorni di vita prima della condanna a morte: in questa raccolta non sono presenti elementi satirici e si tratta pertanto di un lavoro pervaso di grande rispetto.

L’artista aveva dichiarato negli anni di aver ripetutamente fatto satira sulle istituzioni ecclesiastiche, essendo cresciuto in un Paese dove la Chiesa era una specie di dittatura: ciò non gli ha impedito però di riflettere intimamente sulla fede, spinto dalla convinzione che la religione fosse qualcosa di molto importante e profondo.

La mostra aprirà al pubblico a partire dal 23 novembre e sarà visitabile fino al 4 febbraio 2024.

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Prorogata la mostra “Klimt e l’arte italiana”

È in corso al Mart di Rovereto una mostra che riunisce i due capolavori “italiani” di Klimt, Giuditta II e Le tre età, affiancandoli alle opere di oltre quaranta grandi maestri italiani del primo Novecento che furono profondamente influenzati dall’artista austriaco: in occasione della Biennale di Venezia del 1910 e dell’Esposizione Internazionale di Roma del 1911, un’intera generazione di artisti, tra cui Vittorio Zecchin ed i giovani “dissidenti” di Cà Pesaro, Vito Timmel, Felice Casorati, Galileo Chini e Luigi Bonazza, finì per rinnovare il proprio linguaggio artistico sotto l’influsso della cultura mitteleuropea.
Lo stesso Klimt fu a sua volta erede della tradizione italiana: l’impiego della foglia oro, di elementi decorativi e della bidimensionalità rispecchia l’ispirazione dell’artista ai mosaici bizantini delle chiese ravennati e alle murrine veneziane che ebbe modo di osservare durante diversi viaggi nel nostro Paese.

Il percorso espositivo consta di 200 opere provenienti da collezioni pubbliche e private ed è interamente dedicato all’analisi delle influenze del padre della Secessione viennese sull’arte italiana: dalla pittura alla scultura, passando attraverso le arti decorative, è evidente come discipline differenti convivano sotto il riconoscibile segno dell’artista, i cui riferimenti sono visibili nei decori, nell’opulenza cromatica e nello stile.
L’arte italiana del suo tempo ha preso diversi elementi in prestito, conservando al contempo un carattere originale e dando vita ad inedite forme espressive: parliamo in primo luogo del Divisionismo, fenomeno artistico che si afferma in Italia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che ne sconvolge l’uso del colore e della luce, dando luogo ad una rappresentazione affine all’estetica simbolista di Klimt. Le opere sono caratterizzate da linee sinuose, forme geometriche e colori luminosi, che rispecchiano la propensione dell’artista viennese all’ornamentale.
Lo spirito rivoluzionario di Klimt ha indubbiamente lasciato un’impronta nelle opere degli artisti italiani favorendo anche l’innovazione e la rottura con la tradizione, come nel caso del Futurismo e del fascino per il dinamismo e per la frenesia della vita moderna.

Gli artisti italiani del Novecento non furono dunque meri imitatori di Klimt, bensì ne furono ispirati reinterpretandone il linguaggio, con esiti del tutto nuovi e stupefacenti che potrete scoprire personalmente visitando la mostra, la cui apertura è stata prorogata fino al 27 agosto.

 


Arthur Duff celebra l'unicità insita in ciascuno di noi

Avete mai pensato di partecipare alla creazione di un’opera d’arte?

The Human Safety Net, la Fondazione del gruppo Generali dedicata a fornire sostegno a famiglie e rifugiati in difficoltà, ha trovato casa presso le Procuratie Vecchie di Piazza San Marco a Venezia e dal 14 aprile ospita un’opera di Arthur Duff intitolata “The Hungriest Eye. The Blossoming of Potential”: si tratta di un’installazione facente parte della mostra permanente “A World of Potential”, che consente ai visitatori di esplorare ed approfondire la conoscenza dei punti di forza insiti nel proprio carattere attraverso 16 diverse installazioni interattive, sia analogiche che digitali.

L’opera di Arthur Duff situata all’interno dell’Art Studio, uno spazio dedicato a mostre temporanee che ospitano opere di artisti la cui sensibilità e visione siano affini ai valori comunicati dalla Fondazione, trasforma i punti di forza dei visitatori, individuati precedentemente lungo il percorso, in una rappresentazione artistica sensazionale e irripetibile attraverso l’utilizzo di un sistema laser che crea forme uniche in un caleidoscopio di luci e colori. La finalità è quella di sottolineare e celebrare l’unicità che caratterizza ciascuno di noi e ci contraddistingue dagli altri. La presa di coscienza di questa stessa unicità, riprendendo i propositi di The Human Safety Net, dovrebbe aiutare le persone, talvolta emarginate, ad integrarsi nella società e a sfruttare le proprie potenzialità con consapevolezza, al fine di trovare il proprio posto nel mondo.

Uno dei punti di forza della mostra è indubbiamente la sua natura innovativa e interattiva, che permette ai visitatori di condurre un’esperienza unica durante la quale mettersi in gioco in prima persona e partecipare attivamente alla creazione di un’opera d’arte. Ma non si tratta di un’attività da sperimentare esclusivamente in chiave individuale, poiché l’individuo è chiamato a relazionarsi con l’altro nel momento in cui, terminati i trenta secondi di esposizione della propria composizione laser, essa può lasciare spazio alla rappresentazione di una nuova immagine al sopraggiungere del visitatore successivo. L’esperienza è dunque profondamente immersiva e personale ma al contempo presuppone la condivisione di uno spazio e di un momento di interazione con gli altri, all’interno di un dialogo che protegga sempre la libertà di espressione di ciascuno di noi.

 


Il Surrealismo in mostra a Milano

La collezione permanente del Mudec di Milano ha aperto un dialogo con 180 opere, tra dipinti, sculture, disegni, documenti e manufatti provenienti dal museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, ove è conservata una delle più importanti collezioni di arte surrealista al mondo.

La mostra Dalí, Magritte, Man Ray e il Surrealismo. Capolavori dal Museo Boijmans Van Beuningen è affidata alla curatela di Els Hoek, storica dell’arte, ed indaga il complesso rapporto tra l’universo surrealista e le culture extra occidentali.

I capolavori di Max Ernst, Man Ray, Dalì, Magritte e Paul Delvaux consentono ai visitatori di esplorare appieno la ricerca surrealista, incentrata sulle tematiche della psiche, del sogno e realtà, dell’amore, della morte, dell’inconscio e del desiderio, lungo un percorso suddiviso in sei sezioni, ciascuna delle quali è introdotta da una scultura o da un oggetto simbolico che ne evoca il tema stesso.

Il surrealismo fu anche movimento filosofico e letterario, politicamente impegnato ed in netta contrapposizione con la società occidentale industrializzata degli anni ’20: rifiutando la logica e la corruzione causata dall’eccessivo materialismo, tramite la messa a nudo del nostro subconscio gli artisti surrealisti negano i limiti della razionalità e traspongono sulla tela l’esperienza onirica e l’elemento fantastico all’interno di un’atmosfera metafisica.

Dall’accostamento apparentemente casuale di singoli elementi, talvolta contraddittori rispetto alla realtà in cui vengono inseriti, il confine tra realtà e illusione diventa sempre più labile provocando nello spettatore una sensazione di inquietudine e smarrimento. Tra le tecniche impiegate troviamo la decalcomania, i collages ed il frottage, la cui paternità viene tipicamente attribuita a Max Ernst: si tratta di una tipologia di automatismo psichico che, attraverso forme libere di associazione, dà origine ad immagini dal significato simbolico che trascendono il controllo morale o razionale della coscienza travalicando canoni estetici prestabiliti. La finalità dell’arte è difatti quella di sovvertire la realtà che conosciamo abitualmente, traducendo l’attività dell’inconscio in un prodotto figurativo inedito ed inconsueto, ove è ricorrente la metamorfosi dei soggetti e l’esasperazione dei caratteri raffigurati.

Il potere creativo dell’inconscio rompe il predominio della ragione in questa imperdibile rassegna che sarà aperta al pubblico fino al 30 luglio 2023.

 


La Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dedica una retrospettiva ad Edmondo Bacci

La Collezione Peggy Guggenheim di Venezia presenta Edmondo Bacci. L’energia della luce, a cura di Chiara Bertola: si tratta della prima e più esaustiva retrospettiva dedicata all’artista, nato a Venezia nel 1913, che consta di un’ottantina di opere, molte delle quali disegni e dipinti inediti, dense di significato e potenza creativa.

Il percorso espositivo, seguendo l’ordine cronologico, attraversa tutta l’opera di Bacci prendendo il via dal nucleo di tele, in bianco e nero, intitolate Cantieri e Fabbriche, realizzate tra il 1945 e il 1953: negli anni Cinquanta l’artista aderisce allo Spazialismo e si afferma all’interno degli ambienti espositivi veneziani vivendo il periodo più promettente ed internazionale della sua carriera.
A Venezia Bacci era difatti inserito in un ambiente culturale altamente dinamico e ricco di opportunità per i giovani artisti emergenti e negli stessi anni viene notato da Peggy Guggenheim, che ne diventa attiva sostenitrice e collezionista, per la forza dirompente del colore, la rottura dei piani spaziali e l’originalità caratterizzanti i suoi dipinti ed inizia ad ottenere un notevole successo, acclamato dalla critica nazionale più accreditata.
Oggigiorno l’artista si inserisce tra le eccellenze artistiche venete, affiancando Emilio Vedova e Tancredi Parmeggiani.

Dopo le Albe, gli Avvenimenti sono i protagonisti delle sale successive. Realizzati nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, questo nucleo di opere rappresenta l’evoluzione del percorso di ricerca dell’artista, nonché il cuore poetico e creativo del lavoro di Bacci: in occasione della mostra, Avvenimento #13 R, realizzato nel 1953 ed acquistato da Alfred H. Barr Jr, allora direttore del Museum of Modern Art di New York, torna ora in Italia per la prima volta.

Inserito nella vasta stagione dell’Informale, Bacci declina in maniera autonoma la sua idea di spazialismo, per cui luce e spazio sono evocati da esplosioni di colore e dirompente energia sulla tela. Negli anni ’50 l’artista inizia a comprendere il potenziale e la forza generatrice del colore ed ha un’intuizione: la sostanza, prima informe, assume una figurazione nell’istante in cui la materia cromatica incontra la dimensione della tela.
Come possiamo difatti desumere dal titolo di questa serie di opere, ciò che avviene sulla tela è un vero e proprio accadimento che è in continua evoluzione e si accresce dinnanzi ai nostri stessi occhi, ogni qualvolta lo osserviamo.
I colori impiegati sono caratteristici e facilmente riconducibili a questo preciso periodo di produzione artistica di Bacci: estremamente irruenti, sono estratti direttamente dalle sfumature cromatiche della terra e del cielo, cui talvolta vengono aggiunte delle sabbie mediante desaturazione. A partire dal colore, utilizzato come materia prima in grado di evocare luce e spazio, vengono così costruite nuove dimensioni attraverso la pittura e nuove forme che si sviluppano in un continuo movimento circolare pluridirezionale.

Trovano infine posto le opere della sperimentazione degli anni Sessanta e Settanta e le Carte bruciate, costellazioni di corpi neri ottenute dalla trasformazione della carta mediante il fuoco.
L’esposizione chiude con un invito a confrontare il Giudizio finale (1730-1735) di Giambattista Tiepolo con Avvenimento #31-A (Esplosione) del 1956, nell’intento di omaggiare la tradizione pittorica veneziana da cui Bacci è stato profondamente influenzato sin dagli anni di formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia.

La mostra sarà visitabile fino al 18 settembre 2023 e durante questi mesi di apertura il pubblico potrà prendere parte a diversi appuntamenti esclusivi gratuiti, collegati alla monografica di Edmondo Bacci.