di Michela Zanetti

Vacilla l’autorità di archivi e fondazioni di certificare autenticità e provenienza delle opere d’arte: in una recente sentenza del novembre 2021, la Corte d’Appello di Milano si è chiesta se l’opinione resa da tali enti possa essere sufficiente a decretare, tout court, la falsità di un’opera d’arte (con tutte le conseguenze giuridiche che da ciò ne derivano).

I fatti e la sentenza di primo grado

Oggetto del contendere era l’opera di proprietà del gallerista italiano Gabriele Seno «Study for Homage to the Square» attribuita, secondo quanto riferito dallo stesso proprietario, all’artista Josef Albers. L’opera, acquisita per eredità, era priva sia del certificato di autenticità che del numero di archiviazione. Nulla di anomalo, fintanto che il dipinto era rimasto appeso alle pareti dell’abitazione del noto gallerista. I guai iniziarono quando un mercante svizzero, già cliente e amico di Seno, mostrò interesse all’acquisto dell’opera (prezzo proposto: 320mila euro). Consapevole che si trattasse di un’opera priva di autentica, il mercante decideva di sottoporla all’esame di Nicholas Fox Weber, legale rappresentante della Albers Foundation – fondazione istituita nel 1971 che si occupa di tutelare nel mondo il nome e le opere di Josef Albers.

L’analisi (affidata esclusivamente all’esperienza e all’occhio allenato di Weber) si rivelava disastrosa: l’opera veniva dichiarata falsa, e apocrifa la firma apposta sul dipinto. Supportato dalla storica dell’arte Jeannette Redensek – componente della Fondazione e curatrice del catalogo ragionato di Albers – Weber denunciava il gallerista italiano al nucleo Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale di Monza.

All’esito del giudizio di primo grado, nell’ottobre 2020, l’opera veniva confiscata e Seno condannato per ricettazione.

La tesi dell’imputato nel giudizio di appello

La sentenza veniva impugnata dai legali dell’imputato, che lamentavano l’assenza dell’elemento oggettivo (non era stata raggiunta la prova certa della falsità) e soggettivo del reato (assenza del dolo eventuale).

Secondo la ricostruzione della difesa, l’imputato non poteva avere alcuna reale consapevolezza della (presunta) falsità dell’opera, in forza dell’intrinseca storicità della stessa – purtroppo ignorata o, comunque, sottovalutata dall’analisi di Weber. Nello specifico, (i) il dipinto presentava alcune iscrizioni sul retro della tela riconducibili al padre del gallerista e, forse, allo stesso Albers, (ii) l’opera risultava inclusa in un volume dedicato all’artista, la cui prefazione era redatta proprio da Weber e (iii), infine, il dipinto era stato esposto in una mostra, ufficializzata nel sito internet della stessa Fondazione.

La sentenza di appello

La Corte – consapevole del fatto che non sempre chi possiede un’opera d’arte è in grado di provarne l’autenticità, e che l’incertezza che da ciò ne deriva è elemento caratterizzante lo scambio di beni nel mercato dell’arte – si è interrogata su quale debba essere il peso effettivo dell’opinione resa da archivi e fondazioni nel determinare la non autenticità di un’opera, in considerazione anche del ruolo che tali enti ormai rivestono nel mercato dell’arte.

In altre parole, se l’autenticità e la provenienza sono dubbie, è sufficiente il parere di un esperto per sancirne la falsità? Sono necessarie valutazioni approfondite o la falsità può essere decretata ictu oculi, con una semplice occhiata?

Si legge in sentenza: Il parere di un esperto, indipendentemente da quanto autorevole sia, può sempre essere messo in discussione da altro esperto o consulente. Occorre, infatti, tener conto della peculiarità dell’oggetto d’arte come oggetto di scambio, peculiarità che dipende principalmente dall’incertezza intrinseca della sua esatta identità e provenienza, che spesso dipendono da una valutazione, quella dell’esperto, che per quanto diligentemente resa, altro non è se non un giudizio, un’opinione, suscettibile come tale di mutamento.

I giudici milanesi sembrano aver preso consapevolezza del fatto che le opinioni sull’autenticità delle opere d’arte – espressione della libera manifestazione del pensiero di un singolo e, per loro stessa natura, modificabili e contestabili – devono essere supportate da prove tecniche, storiche, scientifiche – in altre parole, da una attenta due diligence: solo così il destino di un’opera d’arte (autentica/non autentica) potrà essere affrancato dal parere di un unico soggetto/ente. Ciò a maggior ragione se si considera che spesso questi enti sono in conflitto di interessi con le parti coinvolte. Nel caso in esame, infatti, la Fondazione Albers si occupa anche di vendere al pubblico alcune opere dell’artista, esclusivamente attraverso rappresentanti autorizzati.

Sul punto la Corte ha chiarito che il vaglio di attendibilità doveva essere ancora più penetrante in considerazione del fatto che l’Archivio, che possiede il monopolio sul rilascio dei certificati di autenticità, risulta altresì proprietario di opere e, quindi, inevitabilmente portatore di interessi economici sul mercato, dovendosi ipotizzare anche un potenziale conflitto d’interesse. La Fondazione Albers, difatti, come risulta espressamente dal suo sito web istituzionale, si occupa anche di vendere al pubblico un limitato numero di opere attraverso i suoi rappresentanti autorizzati.

Un duro colpo, insomma, per archivi e fondazioni, la cui autorità nel decretare l’autenticità o meno di un’opera d’arte sembra essere stata messa a dura prova. La speranza è che con questa sentenza tutti gli operatori del mercato dell’arte comprendano la necessita e l’importanza di compiere sempre attente ed approfondite analisi e valutazioni sulla autenticità e provenienza delle opere che intendono scambiare, attraverso il coinvolgimento di tecnici, storici dell’arte e legali.