di Avv. Michela Zanetti

Il 9 gennaio scorso, il Nono Circuito della US Court of Appeal si è pronunciato sul caso che ha visto la famiglia Cassirer battersi, per circa un ventennio, con la Fondazione Thyssen-Bornemisza di Madrid per la restituzione del dipinto “Rue Saint-Honoré, dans l’après midi. Effet de pluie, 1897” dell’impressionista francese Camille Pissarro. Con questo attesissimo verdetto, la Corte ha statuito che l’opera è di proprietà della Fondazione Thyssen-Bornemisza e come tale resterà in Spagna, facendo sfumare così la speranza dei Cassirer di ottenerne la restituzione.

La vicenda

Il verdetto giunge all’esito di uno dei casi giudiziari più lunghi e travagliati che ha coinvolto il mondo dell’arte nel secondo dopoguerra. Lo scenario dei primi capitoli della vicenda è quello della Germania del 1939: Lily Cassirer Neubauer, di origine ebrea, (s)vende il proprio dipinto ai nazisti in cambio della possibilità di lasciare il Paese. La Cassirer non riceve alcun corrispettivo per la vendita (l’opera viene peraltro fortemente svalutata) e per questo motivo, nel dopoguerra, avvierà un’azione legale nei confronti della Germania (che si concluderà nel 1958 con un risarcimento di 120mila marchi tedeschi).

Al termine del conflitto, la famiglia Cassirer perde ogni traccia del dipinto. In seguito alla caduta del nazismo, infatti, l’opera raggiunge gli Stati Uniti dove transita in alcune gallerie tra Beverly Hills e New York per approdare poi, nel 1976, nella collezione privata del Barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza, noto collezionista d’arte deceduto nel 2002. Negli anni ’90, il dipinto viene acquistato dalla Fondazione Thyssen-Bornemisza – con il finanziamento del Regno di Spagna – e trasferito a Madrid all’interno dell’omonimo Museo, dove è tutt’ora esposto assieme all’intera collezione del Barone.

Il giudizio: quale legge applicabile?

Nei primi anni 2000, l’opera viene rintracciata dagli eredi di Lily Cassirer che immediatamente si rivolgono al Museo per chiederne la restituzione. A fronte di un secco diniego, nel 2005 i Cassirer intraprendono la loro battaglia legale per la restituzione del dipinto. Il giudizio viene instaurato negli USA nei confronti della Fondazione spagnola: risolta la questione sulla giurisdizione[1], i giudici si trovano a dover affrontare il conflitto tra le due leggi potenzialmente applicabili, quella americana e quella spagnola, che disciplinano in maniera opposta la possibilità di ottenere la proprietà su un bene acquistato da chi non ne ha titolo. La questione è “semplice”: se viene applicata la legge americana il dipinto ritorna ai Cassirer, se viene applicata quella spagnola no. Negli Stati Uniti, infatti, vige la regola del nemo dat, per cui l’acquisto di un bene da chi non ha titolo nega all’acquirente la possibilità di acquisirne la proprietà. Tale istituto è per lo più estraneo agli ordinamenti di civil law, tra cui la Spagna, appunto, dove, in presenza di determinati requisiti (come la buona fede e/o il decorso di un certo periodo di tempo) è possibile ottenere comunque la proprietà sul bene[2]. Concorde nel ritenere la buona fede della Fondazione al momento dell’acquisto, il Nono Circuito, applicando la legge federale come norma di conflitto, dichiara l’applicabilità della legge spagnola.

Tuttavia, nel 2022, la Corte Suprema – cui i Cassirer avevano immediatamente ricorso – dichiara che l’individuazione della legge applicabile deve avvenire sulla base di una differente norma di conflitto, ovvero la legge statale della California. La questione viene, quindi, rimessa al Nono Circuito che, tuttavia, il 9 gennaio 2024, pur in applicazione del nuovo criterio, conferma l’applicabilità della legge spagnola, dichiarando il dipinto di proprietà del Museo ex art. 1955 del Codigo Civil[i].

Considerazioni

Un verdetto controverso che si abbatte su un tema molto delicato, quello delle spoliazioni, dei saccheggi e delle confische operate dal regime nazista e che lascia aperti molti dubbi e interrogativi, soprattutto sul piano etico e morale. Quello della nazi-looted art è un capitolo “sporco” della storia del nazismo, che ancora affligge il mercato dell’arte: a fronte di migliaia di opere razziate e saccheggiate, oggi, a quasi ottant’anni dalla fine della Guerra, si stima che ne risultino disperse più di centomila in tutto il mondo. Il loro ritrovamento ed il loro recupero è difficile e richiede un grandissimo sforzo a livello internazionale.

L’impegno e la sensibilizzazione degli Stati Occidentali verso questo tema sono stati cristallizzati nei cosiddetti Washington Principles, redatti durante la Conferenza di Washington del 1998 sui beni dell’Olocausto (successivamente richiamati, ampliati e potenziati sia dalla Dichiarazione di Vilnius del 2000 sia dalla Dichiarazione di Terezin del 2009). Si tratta di principi non vincolanti che, nel rispetto dei sistemi giuridici coinvolti, fungono da “criteri guida” per i vari Stati che vi hanno aderito, formalizzando l’impegno di questi ultimi a garantire l’identificazione ed il ritrovamento delle opere trafugate nonché a promuovere e facilitare soluzioni giuste ed eque di fronte a eventuali richieste di recupero.

Viene da chiedersi, allora, se in questa vicenda, dove peraltro non è mai stata contestata dalle parti la reale provenienza dell’opera, la condotta della Spagna sia stata effettivamente ispirata a questi principi e se il verdetto dei giudici americani rappresenti quella soluzione “giusta ed equa” cui i Washington Principles aspirano in simili vicende. Sembra quasi che in questo caso l’applicazione della legge abbia imposto una strada opposta rispetto a quella dell’etica e della morale e che la Corte non abbia potuto fare altro che seguirla. Interessanti, al riguardo, le parole del giudice Callahan in chiusura della decisione: A volte il nostro giuramento e la consapevolezza del nostro ruolo di giudici d’appello ci impongono di approvare un risultato in contrasto con la nostra bussola morale. […] La Spagna, avendo riaffermato il suo impegno nei confronti dei Principi di Washington sull’arte confiscata ai nazisti quando ha firmato la Dichiarazione di Terezin sui beni dell’era dell’Olocausto e le questioni correlate, avrebbe dovuto rinunciare volontariamente al dipinto. Tuttavia, come abbiamo affermato in precedenza, “non possiamo ordinare il rispetto dei Principi di Washington o della Dichiarazione di Terezin”. La nostra opinione è obbligata dalle constatazioni di fatto della corte distrettuale e dalla legge applicabile, ma vorrei che fosse altrimenti. 

C’è chi si chiede cosa farà ora il Museo, ma più in generale la Spagna, a fronte di questa sentenza, così come c’è chi sostiene che il dipinto avrebbe già dovuto essere restituito spontaneamente ai Cassirer, molti anni fa. L’unica cosa certa è la volontà della famiglia di continuare a lottare per ottenere la restituzione di questa meravigliosa opera d’arte.

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[1] Il Foreign Sovereign Immunities Act statunitense del 1976 (di seguito, FSIA) prevede l’immunità per gli stati stranieri dalla giurisdizione delle corti statunitensi. La legge tuttavia prevede alcune eccezioni, come nel caso in cui siano “coinvolti diritti di proprietà espropriati in violazione del diritto internazionale”. Proprio in base base a tale eccezione, i giudici hanno ritenuto ammissibile la competenza giurisdizionale USA per il caso in esame.

[2] Secondo la legge spagnola “tre anni di possesso ininterrotto in buona fede” sono sufficienti per l’acquisizione del titolo di proprietà.

[i] La Corte ha ritenuto di dover applicare la legge del Paese i cui interessi sarebbero “maggiormente danneggiati” se la propria legge fosse ignorata. Secondo l’opinione della Corte gli interessi governativi della Spagna sarebbero più danneggiati dall’applicazione della legge californiana rispetto a quanto sarebbero danneggiati gli interessi governativi della California in caso di applicazione della legge spagnola che pregiudicherebbe solo in parte gli interessi della California a scoraggiare i furti e a restituire le opere d’arte rubate alle vittime del furto.