di Michela Zanetti

 

La battaglia legale tra lo scultore francese Daniel Druet e l’artista padovano Maurizio Cattelan affascina e spaventa il mondo dell’arte: un caso giudiziario dai grandi numeri – il risarcimento chiesto da Druet è pari a quasi 6 milioni di euro – e dai grandi nomi – sono coinvolti Cattelan per il tramite della Galleria Perrotin e l’istituto La Monnaie de Paris –, destinato a lasciare col fiato sospeso una vasta platea di spettatori per l’attualità delle tematiche coinvolte.

I fatti all’origine della vicenda – la denuncia di Druet contro il sistema dell’arte contemporanea

Daniel Druet e Maurizio Cattelan si conoscono verso la fine degli anni novanta al Musée Grévin, dove l’artista rimane affascinato dalle statue di cera realizzate dallo scultore. Colpito da tanto talento, Cattelan decide di commissionargli una decina di lavori, che sarebbero poi diventati i protagonisti di alcune tra le sue più celebri opere (si pensi alla statua di Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite ne “La Nona Ora” o a quella di Adolf Hitler bambino inginocchiato in “Him”). Tuttavia, mentre la fama di Cattelan cresceva vertiginosamente, il nome di Druet riceveva ben poca gloria: la mano che aveva reso materiale l’idea creativa non otteneva riconoscimenti o menzioni di alcun tipo. In un’intervista di qualche anno fa[1], lo stesso Druet aveva dichiarato che l’ascesa di Cattelan fosse da ascriversi proprio al Papa Giovanni Paolo II e all’Hitler bambino di sua realizzazione. Lo scultore aveva definito “mediocri” le quotazioni dell’artista prima di tali opere e aveva espresso il desiderio di essere quantomeno menzionato come loro realizzatore.

Il fatto di essere stato completamente ignorato aveva spinto Druet, terminata la collaborazione con Cattelan, a realizzare un’opera-denuncia, dove l’artista veniva immortalato nell’atto di sbucare da un uovo. L’uovo era quello del cuculo, noto usurpatore di nidi altrui: con quest’opera ho voluto denunciare un sistema in cui l’artista non fa assolutamente niente, aveva affermato Druet.

La battaglia legale avviata nelle scorse settimane è, quindi, solo l’ultimo atto della denuncia di Druet contro il sistema dell’arte contemporanea, intrinsecamente concettuale, dove tecnica e manualità artigianale rimangono, inevitabilmente, nel retrobottega.

Le questioni di diritto sottese alla battaglia legale

Oggi Druet rivendica davanti ai giudici francesi la paternità di 8 opere di Cattelan. Per farlo, il ceroplasta fa leva sul fatto che le istruzioni inviate dall’artista per la realizzazione delle sculture fossero scarne e poco chiare: ciò avrebbe concesso a Druet di “metterci del suo”, ovvero un apporto creativo, a suo dire, non trascurabile. A ciò si aggiunga che, stando alle dichiarazioni di Perrotin, il rapporto di commissione tra i due non era mai stato regolamentato con un contratto ad hoc.

I giudici d’oltralpe dovranno, quindi, interrogarsi su chi sia realmente il soggetto cui spetta la paternità dell’opera, se l’artista che l’ha “concepita” oppure l’artigiano che l’ha resa materiale, o entrambi, dichiarandoli coautori.

In Italia, la creazione dell’opera, quale particolare espressione del lavoro intellettuale, è il titolo originario dell’acquisto del diritto di autore (art. 6 LdA). Nel caso in cui l’opera dell’ingegno sia frutto del contributo di più soggetti, viene in applicazione l’art. 10 LdA; la norma prevede che il diritto d’autore appartenga in comune a tutti i coautori qualora il loro contributo alla creazione sia indistinguibile ed inscindibile. In tal caso, le parti indivise si presumono di valore uguale, salvo la prova per iscritto di diverso accordo.

Lo spirito della norma non è certo quello di far condividere all’artista il proprio diritto d’autore su un’opera con tutti i soggetti che hanno contribuito alla sua realizzazione. Per quanto tecnicamente eccellenti, tali interventi non possono conferire alcuna tutela autoriale laddove si traducano in una mera esecuzione dell’opera creata ed ideata dalla mente dell’artista. Tuttavia, la distinzione tra “esecutore” e “artista/ideatore” diventa più controversa laddove l’esecutore conferisca all’opera, durante la sua realizzazione, il proprio apporto creativo.

Sul punto è interessante citare una decisione della Suprema Corte del 2011 con cui è stata riconosciuta la coautorialità tra un maestro vetraio e un artista: gli Ermellini avevano dichiarato il valore non confondibile della mano particolare di un maestro vetraio e dunque del suo apporto creativo, concludendo che la “mano inconfondibile” del maestro ha conferito il suo apporto artistico alla creazione dell’opera come ideata originariamente […]. Essendo i due rapporti analogamente creativi, la Corte aveva in questo caso dato applicazione all’art. 10 l.d.a., definendo i due contributi indistinguibili ed inscindibili. La Corte aveva posto attenzione anche alla peculiarità della materia utilizzata, il “vetro”, deducendo che l’artigianalità del maestro non potesse conferire solo un contributo tecnico alla realizzazione/esecuzione materiale dell’idea altrui: […] Il maestro, in quanto esperto della particolarità di questa medesima, e dunque dei processi chimici, ed delle reazioni che essa subisce nel processo di raffreddamento e di solidificazione, e pertanto della morfologia che essa tipicamente può assumere evocando suggestioni specifiche nel pubblico, in realtà contribuisce, con i necessari adattamenti e momento per momento, alla stessa ideazione, oltre che alla realizzazione, di ciò che viene realizzato […].

Anche la Francia vanta un precedente analogo e, forse, ben più illustre. Nel 1973, infatti, la Suprema Corte aveva riconosciuto allo scultore Richard Guino la co-autorialità delle opere in bronzo realizzate sotto la direzione di Pierre-Auguste Renoir, in forza del contributo artistico ed emotivo che lo scultore aveva apportato a tali opere.

A complicare il quadro della situazione, si aggiunga il fatto che il rapporto di commissione tra Druet e Cattelan non era stato regolamentato in alcun modo. Solo con un contratto scritto entrambi si sarebbero assicurati una maggiore tutela, regolamentando la commissione dell’opera ed i rispettivi diritti.

Conclusioni

Nei primi giorni di luglio i giudici francesi si pronunceranno sulle richieste di Druet. Se lo scultore dovesse riuscire a dimostrare l’inconfondibilità della sua mano ed il proprio apporto creativo nelle opere di Cattelan rischierebbe di vedersi riconosciuto un risarcimento davvero milionario e affonderebbe un duro colpo anche al sistema dell’arte contemporanea, da lui tanto avversato. Non ci resta che attendere la sentenza d’oltralpe, con il fiato sospeso.

 

[1] Il video integrale dell’intervista a Daniel Druet è pubblicato sul sito Artslife all’indirizzo https://artslife.com/2020/09/24/maurizio-cattelan-daniel-druet-arte-in-italiano/