Arte e AI: Autore vs algoritmo

L’intreccio tra arte e intelligenza artificiale non è più un esperimento da laboratorio, ma un fenomeno che sta riscrivendo i codici della creatività contemporanea. Arte e AI: autore vs algoritmo?

Non si tratta soltanto di macchine che generano immagini su comando, ma di un ecosistema che ha modificato il modo in cui concepiamo l’atto creativo, il mercato e persino la definizione stessa di autore.

Le prime collaborazioni fra algoritmi e arte risalgono agli anni Sessanta, quando pionieri come Harold Cohen sviluppavano programmi in grado di disegnare autonomamente. Ma la vera svolta è arrivata con il deep learning e le reti neurali generative ( Artificial Neural Networks) , capaci di analizzare milioni di immagini e restituirne di nuove con una coerenza stilistica sorprendente.

Il 2018 ha segnato un passaggio epocale con la vendita da Christie’s del Portrait of Edmond de Belamy. Si tratta di un’opera realizzata dal collettivo francese Obvious utilizzando una Generative Adversarial Network. Stimata tra i 7 e i 10 mila dollari, fu battuta per oltre 400 mila dollari. Il mercato era pronto non solo ad accogliere ma anche a valorizzare l’arte prodotta da algoritmi.

Il progetto ha ricevuto molte critiche, affermando dai più che l’opera manchi di personalità e componente emozionale del pittore che la esegue. La risposta da parte di Obvious è stata chiara: “Abbiamo sottoposto le creazioni a più persone chiedendo loro di dare un giudizio confrontando diversi lavori. Alcuni prodotti da un artista reale, altri invece dall’algoritmo. Il risultato? Non si sono accorti della differenza. Anzi, in alcuni casi, hanno preferito opere prodotte artificialmente”.

Poco dopo, Refik Anadol, artista turco-americano, ha trasformato dataset scientifici e archivi museali in installazioni immersive. E' arrivato fino al MoMA di New York, dove nel 2023 le sue opere hanno mostrato come l’AI possa costruire paesaggi visivi fluidi e monumentali.

Il mercato ha reagito con curiosità e cautela. Da un lato, gallerie e case d’asta presentano lavori generati da AI, dall’altro le domande legali ed etiche restano aperte. In molti si chiedono a chi resta la detenzione dei diritti d’autore di un’immagine creata da una macchina istruita su milioni di opere altrui? Alcuni osservatori parlano di “fast art”, una produzione abbondante e seducente, ma destinata a una rapida obsolescenza.

Esistono rischi concreti. L’addestramento degli algoritmi avviene spesso su dataset che inglobano opere senza consenso, sollevando accuse di plagio.

La macchina, inoltre, non ha coscienza né memoria emotiva: ciò che produce nasce da calcoli, non da vissuti. Questo porta molti a chiedersi se si possa parlare davvero di “arte”. Il pericolo maggiore è forse la standardizzazione estetica: immagini sempre più simili, risultato di un algoritmo che ricombina stili preesistenti.

Per contrastare questa deriva, artisti come Anna Ridler costruiscono dataset originali, introducendo nella macchina la propria impronta autoriale. Mario Klingemann, invece, sfrutta l’AI per generare ritratti inquietanti e poetici, mentre Trevor Paglen ne interroga le implicazioni politiche e la sorveglianza di massa.

Nonostante le criticità, l’AI apre scenari straordinari. È plausibile immaginare un futuro in cui questi sistemi non saranno soltanto strumenti, ma veri partner creativi capaci di dialogare con l’artista, generare ambienti immersivi in tempo reale. La storia dell’arte è sempre stata una storia di tecnologie: dalla prospettiva rinascimentale alla fotografia, dalla videoarte alla realtà virtuale. L’intelligenza artificiale è solo l’ultimo capitolo di questa lunga narrazione.

Il futuro del mercato dipenderà dalla capacità di distinguere tra semplice produzione automatizzata e opere che integrano la tecnologia in un discorso artistico autentico. Se la pittura non è morta con la fotografia, l’arte non morirà con l’AI. Piuttosto, imparerà a convivere con nuove intelligenze, arricchendosi di linguaggi e forme che oggi possiamo soltanto intravedere.

 


Bellezza indocile: l’estetica come atto di ribellione

“L’arte deve confortare i disturbati e disturbare i confortati”, scrisse Banksy, paladino anonimo di un’estetica urbana che non chiede permesso per esistere. E semmai volessimo riassumere il cuore pulsante della bellezza sovversiva, potremmo definirlo un cortocircuito visivo e concettuale che non fa prigionieri.

La storia dell’arte è disseminata di gesti che, in un primo momento, hanno scandalizzato per la loro “bruttezza”, la loro inadeguatezza ai canoni, la loro irridente mancanza di rispetto per la forma. Lo shock iniziale è spesso diventato, col tempo, la scintilla di una rivoluzione estetica. Quando Pablo Picasso e Georges Braque frantumarono la prospettiva con il cubismo, fecero gridare all’eresia un’intera generazione di critici francesi. Eppure oggi Les Demoiselles d’Avignon (1907) è celebrata come uno dei pilastri dell’arte moderna.

Avanzando di qualche decennio, ci imbattiamo in Francis Bacon, il cui pennello contorceva corpi e visi in spasmi di carne e violenza psicologica. Nei suoi studi di figure umane, come Study after Velázquez's Portrait of Pope Innocent X (1953), l’estetica si fa trauma: un grido muto contro l’ipocrisia del potere e l’illusione di purezza morale.

L’avanguardia non si nutre solo di shock visivo, ma anche di sabotaggio concettuale. Joseph Beuys, uno dei pensatori più influenti del secondo Novecento, teorizzò l’arte come processo sociale, non come prodotto finito. Egli sosteneva che ogni uomo è un artista. Un’idea che risuona oggi nella cultura dei meme, nell’arte partecipativa di Tino Sehgal, nelle performance che trasformano lo spettatore in co-creatore.

Questa eredità di ribellione vive oggi in artisti italiani come Vanessa Beecroft, che con le sue installazioni di corpi nudi, immobili e vulnerabili, esplora il confine tra bellezza classica e voyeurismo contemporaneo. Oppure in Gian Maria Tosatti, la cui arte ambientale dialoga con la decadenza urbana, trasformando spazi abbandonati in cattedrali della memoria collettiva.

Sul piano teorico, la critica internazionale ci avverte: in tempi di ipermercato estetico, dove tutto è filtrabile, condivisibile e vendibile, l’unico atto davvero sovversivo è riappropriarsi della bruttezza, dell’errore, dell’imprevisto. In The Abuse of Beauty (Open Court, 2004), Arthur C. Danto spiega come, dopo Duchamp, l’arte abbia smesso di obbedire ai vincoli formali per diventare filosofia incarnata. In altre parole: la vera bellezza contemporanea non è un balsamo, ma un test di resistenza per la nostra sensibilità.

Persino la cultura pop, di solito amica del glamour, produce anticorpi estetici: si pensi al videoclip di Apeshit (2018) dei The Carters, girato al Louvre. Beyoncé e Jay-Z danzano davanti alla Gioconda e alla Nike di Samotracia, profanando il tempio dell’arte classica con la loro iconografia hip hop. Una dichiarazione politica: la bellezza eurocentrica può e deve essere contesa, contaminata, rivendicata da nuove narrative.

In definitiva, leggere e vivere l’arte come forma di ribellione estetica significa smettere di cercare consolazione nei canoni rassicuranti. Significa accettare che la bellezza più viva è quella che morde, inquieta e costringe a riformulare la domanda più antica di tutte: “Cos’è davvero il bello nel qui e ora?"

Stefania Zilio


Proteste eco-attiviste

Negli ultimi anni, celebri opere d'arte sono diventate il megafono di nuovi gruppi eco-ambientalisti che vogliono richiamare l'attenzione sull'emergenza climatica. Organizzazioni come Just Stop Oil e Extinction Rebellion realizzano proteste eco-attiviste civili non violente, spesso indirizzate al patrimonio culturale artistico internazionale, per scuotere l'opinione pubblica. L'arte, in questo contesto, si trasforma in una potente cassa di risonanza per veicolare messaggi ambientalisti.
Il cliché delle performance delle proteste eco-attiviste
Queste proteste vengono realizzate seguendo quasi sempre lo stesso cliché. Le opere vengono imbrattate con sostanze lavabili e accanto ad esse compaiono slogan del movimento. L'obiettivo è colpire l'opinione pubblica, senza danneggiare direttamente l'arte, anche se il rischio che ciò accada è sempre presente.
Alcuni esempi nel mondo di proteste eco-attiviste
Negli ultimi anni, artisti del calibro di Klimt, Van Gogh, Vermeer, Monet e Leonardo sono stati al centro di azioni di protesta da parte del movimento Just Stop Oil.

La National Gallery è stata teatro di molte performance. Nel luglio 2022, alcuni attivisti si sono incollati all'opera "The Hay Wain" di John Constable, coprendola con pannelli che rappresentavano la devastazione ambientale causata dalla dipendenza dal petrolio. L’azione è stata amplificata dallo slogan provocatorio: "Quando non c'è cibo o acqua, a cosa serve l'arte?". Sebbene l'opera abbia subito lievi danni, l'azione ha suscitato un ampio dibattito.

Un altro episodio significativo è avvenuto qualche mese dopo. Una zuppa Heinz è stata lanciata sui "Girasoli" di Van Gogh. Nel 2023, alcuni attivisti hanno colpito a martellate il vetro protettivo della "Venere di Rokeby" di Diego Velázquez, fortunatamente senza causare danni.

Anche il Louvre non è stato risparmiato. Nel 2022 e nel 2024, la celebre "Monnalisa" è stata colpita prima con una torta e poi con una zuppa. Grazie al vetro blindato è rimasta intatta. Un quadro di Monet è stato colpito al Museo Barberini di Potsdam, che nel 2022 è stato palcoscenico di una clamorosa protesta. Alcuni attivisti hanno lanciato del purè di patate sull'opera "Les Meules", accompagnando il gesto con lo slogan: "Cosa vale di più, l'arte o la vita?". Come non ricordare poi la protesta realizzata all’AI Mauritshuis Museum dell'Aja. Nell’ottobre 2022, tre attivisti di Just Stop Oil si sono incollati al vetro protettivo de "La ragazza con l'orecchino di perla" di Vermeer.

Qualche esempio in Italia di proteste eco-attiviste
Nemmeno il Belpaese, con il suo immenso patrimonio artistico, è stato risparmiato dagli attivisti del clima. Tra i musei più colpiti, gli Uffizi hanno subito attacchi significativi da parte del movimento Ultima Generazione. Nel 2002, alcuni attivisti si sono incollati al vetro de "La Primavera" di Botticelli, mentre qualche anno dopo hanno attaccato foto dell’alluvione di Campi Bisenzio alla celebre Venere. Per questo sono stati puniti con la sanzione di 20mila euro come previsto dal nuovo decreto “Eco Vandali”.

E Roma? Nel 2022 è stata la volta dei Musei Vaticani. Alcuni giovani si sono incollati al Laocoonte esponendo lo striscione "No gas e no carbone". L'anno successivo un gruppo di attivisti ha imbrattato la Fontana Barcaccia di Roma con il messaggio "Non paghiamo il fossile".

Le reazioni degli ordinamenti in Europa sulle proteste eco-attiviste 

In Europa, i Paesi hanno cercato di adottare misure di sorveglianza più attente a prevenire il dilagare delle azioni di eco attivismo e di inasprire i provvedimenti applicabili nei confronti di chi realizza azioni di protesta non autorizzate. In Italia è stata introdotta la legge n. 6 del 22 gennaio 2024, fortemente voluta dall’ ex ministro Sangiuliano per proteggere il patrimonio culturale dagli atti vandalici. La norma ha, di fatto, inasprito le pene per i reati di danneggiamento (art. 635 c.p.) e deturpamento o imbrattamento di cose altrui (639 c.p.) aggiungendo la previsione che il “trasgressore” debba rispondere in prima persona dal punto di vista patrimoniale per i danni arrecati al patrimonio artistico.

Le reazioni dell’opinione pubblica sulle proteste eco-attiviste

Quel che è certo, comunque, è che le azioni dei gruppi eco-attivisti hanno suscitato reazioni contrastanti nell’opinione pubblica internazionale. C'è chi sostiene il messaggio ambientalista e riconosce l'urgenza di affrontare la questione relativa alla crisi climatica. Chi critica le modalità con cui tali proteste vengono realizzate. Il rischio è di mettere a repentaglio l'integrità del patrimonio artistico mondiale. In altre parole, anche chi accoglie il messaggio lanciato dagli attivisti si chiede quale sia il senso di colpire proprio l'arte.

Di fatto, questi gruppi utilizzano l'arte come strumento per stimolare una riflessione profonda nell'opinione pubblica e sollevare interrogativi cruciali sul futuro del nostro pianeta. Le azioni provocatorie che vengono realizzate, stimolano riflessioni. Che cosa rimarrà del "bello" in un mondo minacciato dalla devastazione ambientale? L'arte diventa così un veicolo per sensibilizzare e mobilitare le persone verso la salvaguardia del nostro pianeta.

Per concludere. Se da un lato la tutela delle opere d'arte è un imperativo, dall'altro queste proteste ci spingono a considerare cosa rischiamo di perdere. L'arte, così violentemente espressa, si fa involontaria portavoce di un'ansia collettiva, un monito potente sulla fragilità del nostro mondo e sulla necessità impellente di agire per salvaguardarlo. Prima che il silenzio della devastazione ambientale sovrasti ogni forma di espressione.

Michela Zanetti


Il galateo dell'arte

Visitare un museo o una mostra d’arte è molto più di un semplice passatempo culturale: è un atto di connessione profonda con la storia, la bellezza e la creatività umana. Il galateo dell'arte suggerisce alcune regole che proveremo ad analizzare in questo articolo. Siamo tutti d'accordo che si entra in un luogo sospeso, dove ogni opera custodisce un frammento di memoria collettiva. Ma per vivere pienamente questa esperienza e soprattutto per preservarla, è fondamentale adottare comportamenti rispettosi e consapevoli.

Troppo spesso, la superficialità e la disattenzione dei visitatori mettono a rischio l’integrità delle opere, trasformando una semplice visita in un potenziale pericolo per il patrimonio artistico. Non si tratta solo di bon ton, ma di responsabilità condivisa verso ciò che ci appartiene come comunità.

Quando la disattenzione diventa danno.

I casi documentati di danni causati da comportamenti inappropriati sono, purtroppo, numerosi. Nel 2014, uno studente in visita all’Accademia di Brera si arrampicò sul Fauno Barberini, spezzandone un arto. Nel 2020, alla Gypsoteca di Possagno, un turista si sedette sul gesso originale della Paolina Borghese di Canova, rompendo due dita della statua. E ancora: al museo di Santa Giulia, a Brescia, una turista inciampò su una tela rinascimentale, squarciandola; un episodio che ricorda il caso del Fitzwilliam Museum di Cambridge, dove tre preziosi vasi cinesi della dinastia Qing andarono in frantumi per una caduta accidentale.

Questi episodi, più comuni di quanto si pensi, rivelano quanto sia fragile il confine tra fruizione e danno. E quanto basterebbe poco per evitarli.

I musei sono templi dell’arte, non parchi giochi

Per garantire un’esperienza positiva e sicura per tutti, è necessario rispettare alcune regole fondamentali. Un vero e proprio “galateo del buon visitatore”, semplice ma essenziale:

1. Silenzio, concentrazione, rispetto

Un museo non è una piazza. Parlare a voce bassa, silenziare il telefono e ridurre al minimo i rumori molesti favorisce la concentrazione e crea un ambiente sereno, dove l’arte può parlare indisturbata.

2. Non toccare: l’arte va ammirata, non sfiorata

Anche il semplice contatto può danneggiare opere delicate. Le barriere non sono decorative, ma protettive. Dove non presenti, è il nostro senso civico a dover fungere da confine invisibile.

3. Fotografare? Solo se consentito e senza flash

Il flash può alterare i pigmenti delle opere. In caso di autorizzazione a fotografare, bisogna evitare di ostacolare gli altri visitatori o di avvicinarsi eccessivamente alle opere per ottenere “lo scatto perfetto”.

4. Cibo, bevande e zaini: lasciamoli fuori dalle sale

Consumare cibi o bevande è concesso solo nelle aree ristoro. Zaini e borse ingombranti vanno lasciati al guardaroba: anche un movimento brusco può trasformarsi in un rischio per le opere e per gli altri visitatori.

5. Educazione durante le visite guidate

Interrompere la guida o parlare sopra l’audioguida compromette l’esperienza altrui. Ascoltare con attenzione è segno di rispetto e occasione di arricchimento personale.

6. Curiosità sì, arroganza no

D’effetto e di immediata comprensione, anche per i più piccini, è il video realizzato dal Museo Egizio di Torino, che elenca alcune semplici regole da seguire per vivere in serenità la propria esperienza nelle sale. (clicca qui). Il Museo del Louvre dedica un’intera pagina del proprio sito alle “Museum Rules”, dettate “To ensure the safety of all visitors and artworks”. Un Pdf che elenca le “Visitor’s regulations” è disponibile anche sul sito del British Museum al link che ti lascio cliccando qui 

L’esperienza museale è individuale e soggettiva. Confrontarsi è arricchente, ma imporre la propria opinione o atteggiarsi a esperti può risultare fastidioso. Meglio lasciare spazio al dialogo e all’ascolto.

Piccoli consigli per una grande esperienza

  • Abbigliamento decoroso: un museo non è una passerella né una spiaggia.

  • Animali domestici: non tutti i musei li ammettono, informarsi prima è segno di attenzione.

  • Prenotazioni e orari: arrivare puntuali e rispettare le regole d’accesso facilita l’organizzazione generale.

  • Commenti più consapevoli: invece di un generico “che bello”, proviamo a esprimere cosa ci emoziona davvero.

  • Acquisti d’arte? Meglio rivolgersi ai galleristi o ai curatori, evitando approcci diretti all’artista, soprattutto in contesti istituzionali.

Custodi della bellezza

Ogni visita a un museo è un’opportunità: non solo per ammirare il genio umano, ma per diventare parte attiva nella tutela del nostro patrimonio culturale. Le opere d’arte che oggi possiamo contemplare sono giunte a noi attraverso secoli di cura, restauri e protezioni.

Preservarle significa trasmettere valore e bellezza alle generazioni future. E questo passa soprattutto da gesti semplici: attenzione, silenzio, rispetto.

In fondo, educare al bello è uno dei compiti più nobili della cultura. E ogni visitatore può, con il proprio comportamento, essere parte di questa missione.


One Stop Art in visita alla cantina di Ca' del Bosco di Erbusco

Mercoledì scorso abbiamo visitato l’incredibile cantina di Ca’ del Bosco di Erbusco, nel cuore della Franciacorta, un luogo dove vino e arte si integrano armoniosamente con il paesaggio circostante.

Il binomio arte e vino ha origini antichissime ed il vino è da sempre una presenza costante nelle opere d’arte, dalla pittura alla scultura: è presente già nell’arte egizia del XIV secolo a.C., in quella classica antica (greca e romana) e nel Rinascimento italiano, fino ad arrivare all’arte contemporanea. Il vino è stato sempre scelto dall’arte ma la vera “novità” è che oggigiorno anche l’arte viene scelta dal vino o, più precisamente, dalle aziende vitivinicole.

Non è insolito che le aziende vitivinicole scelgano di intraprendere delle iniziative legate all'arte, tra cui l'acquisto o commissione di opere d'arte da installare in cantina, la realizzazione di etichette o packaging d'artista, la progettazione della cantina affidata ad architetti o designer di fama internazionale, la partnership con realtà culturali e artistiche, o ancora la realizzazione di musei tematici del vino.

Maurizio Zanella, fondatore di Ca’ del Bosco, ha dato vita negli anni ad una ricca collezione di opere d’arte, distribuite tra le cantine ed il parco circostante: tra le opere presenti, realizzate site-specific dagli artisti dopo aver visitato la cantina, partendo dall’ingresso di Ca’ del Bosco troviamo l’imponente cancello di Arnaldo Pomodoro, una struttura di 5 metri di diametro che rappresenta un grande sole, il vero nutrimento dell’uva. All’entrata dell’area vinificazione della cantina è collocato un rinoceronte a grandezza naturale sospeso nel vuoto: l’opera, dal titolo “Il peso del tempo sospeso”, è stata realizzata da Stefano Bombardieri nel 2003 e simboleggia l’attesa e la stasi in contrapposizione alla vitalità e all’energia caratteristiche dell’animale.

Sorprendente è la scultura di Zheng Lu intitolata “Water in dripping”: spruzzi d’acqua congelati nell’acciaio inossidabile dalla superficie liscia e cromata, che riflette l’ambiente circostante e muta mentre lo spettatore vi si muove attorno, sembrano sfidare la gravità apparendo in movimento carichi d’energia. “Testimone” di Mimmo Paladino è una scultura realizzata nel 2017 dall’eco delle celebri Matres Matutae del Museo Campano di Capua, nella mitologia romana simbolo di fertilità: la figura veglia e custodisce imperante le bottiglie di vino assopite nella penombra.

Nella Cupola dei Sensi è infine installato “Ludoscopio” di Paolo Scirpa: una visione di presenze incorporee che prendono forma a partire dal cerchio applicandogli le due più semplici regole della simmetria, ovvero la traslazione e l’espansione per mezzo di luce al neon e specchi, con il risultato di un effetto prospettico che moltiplica la forma geometrica all’infinito come in un tunnel di cui non si vede la fine, a simboleggiare un finale ignoto.

È stata un’esperienza affascinante che ci ha permesso di comprendere meglio come l’arte possa essere un solido anello di congiunzione tra uomo, natura e le vigne, fungendo al contempo da medium per migliorare l'immagine aziendale ed il prestigio del brand, nonché da strumento atto a perseguire obiettivi di responsabilità sociale d'impresa come il supporto alla comunità artistica e la creazione di nuove connessioni con i clienti e la comunità locale, e infine da stimolo alla creatività dei dipendenti migliorandone altresì il luogo di lavoro.

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Le cancellature di Emilio Isgrò: un'opera d'arte in due atti per Padova

Lo scorso 13 febbraio è stata proclamata l’apertura ufficiale dell'801° anno accademico dell’Università degli Studi di Padova presso l’Aula Magna “Galileo Galilei”: al termine del discorso della magnifica rettrice Daniela Mapelli e dell’intervento del ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, è stata presentata al pubblico “L’abiura di Galileo”, opera d’arte in due atti di Emilio Isgrò.

Negli anni successivi alla pubblicazione della sua opera Sidereus Nuncius, nella quale abbracciava la teoria copernicana ed il sistema eliocentrico, Galileo diede in stampa diverse altre opere, che gli valsero un primo richiamo da parte dell'Inquisizione. La pubblicazione del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo segnò la condanna di Galileo, che già nel 1616 aveva subito dal Sant’Uffizio una diffida dal professare la teoria copernicana. Così, la mattina del 22 giugno 1633, Galileo fu costretto a pronunciare una pubblica abiura inginocchiato al cospetto dei cardinali inquisitori.

L’atto primo “Eppur si muove” è un mappamondo in granito cancellato di quasi sei tonnellate di peso e due metri di diametro posizionato nel cortile antico del Palazzo del Bo, mentre l’atto secondo “Chissà se si muove davvero” è un libro cancellato di carta, tela e legno di 140x95cm ed è collocato all’interno della Sala dei Quaranta: l’opera, nella sua interezza, arricchisce la sede storica dell’Università di Padova e consegna a tutti noi un’eredità permanente di enorme bellezza artistica.
La cancellatura è il tratto distintivo dell’opera dell’artista che nel tempo ha dato luogo ad una vera e propria arte conferendo un’identità nuova alle parole e ai segni che raccontano e rappresentano la pittura i cui esiti, sempre sorprendenti per varietà di forme e stili, sono stati progressivamente accolti da importanti musei italiani e stranieri.

“Quando mi fu chiesto di creare un’opera per gli ottocento anni dell’Università di Padova, apprezzai soprattutto che non mi fosse imposto né il tema né la tipologia dell’opera. Dovevo scegliere io. […] Fu proprio in questo Palazzo del Bo che vidi per la prima volta, ruvida e grandiosa, la cattedra di Galileo, non immaginando che un giorno sarei stato chiamato a celebrare con la mia libertà d’artista la potenza di un uomo che di libertà ne aveva goduta meno di me. […] Pensai alla sua dolorosissima abiura – ieri come fosse oggi – e subito decisi di cancellarla: non per riaprire piaghe purulente, ma per sanare con un segno d’arte e d’amore il male peggiore: la cecità del mondo quando nega il sapere. […] Mi è parso corretto rappresentare non solo la certezza, ma anche il dubbio di Galileo. Non perché egli ne avesse, ma perché a volte una censura occhiuta e tignosa, per non dire crudele, i dubbi li crea anche in chi non ne ha. […]” Emilio Isgrò

 


JR torna a Milano con un progetto di arte partecipata

Milano riapre le porte a JR, con un’installazione che ricopre le facciate del Museo del Novecento in Piazza Duomo: il mezzo privilegiato è un mosaico di mille ritratti fotografici in bianco e nero che hanno coinvolto gli anziani ospiti di quaranta RSA italiane e che saranno affissi dal 31 gennaio al 14 febbraio 2023.

Lo street artist francese porta il suo progetto Inside Out nel capoluogo lombardo, con un nuovo capitolo intitolato Ora tocca a voi. Tra gli obiettivi di questa nuova edizione vi è in particolare quello di dare voce agli anziani – all’indomani di una pagina di storia segnata da un duro periodo di isolamento legato all’emergenza pandemica – e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del loro ruolo e del confronto tra le diverse generazioni.

L’intervento si inserisce nel più ampio progetto di arte partecipativa, già avviato nel 2011, che consente alle persone di tutto il mondo di farsi fotografare per promuovere la riflessione inerente a tematiche animanti il dibattito pubblico contemporaneo: diversità, razzismo, istruzione, diritti, violenza di genere, cambiamento climatico, sono alcuni dei temi sociali affrontati. Negli ultimi dieci anni quasi mezzo milione di persone hanno già condiviso la propria esperienza, trasformata in arte pubblica che si è poi concretizzata in vere e proprie azioni di sostegno collettivo.

 


Umberto Zagarese è relatore della serata del Rotary Club Treviso Nord

Lunedì 16 gennaio 2023 si è tenuto un incontro del Rotary Club Treviso Nord presso 21 Gallery di Villorba. Umberto Zagarese, socio di One Stop Art, è stato relatore della serata con un intervento dal titolo “Ogni periodo storico esprime la propria arte: interpretare l’arte contemporanea richiede grande sensibilità per ciò che accade oggi nel mondo”. In particolare, dopo un excursus storico sui principali movimenti e periodi artistici che hanno caratterizzato gli ultimi quattro secoli, il relatore ha commentato quattro opere d'arte che hanno caratterizzato i principali movimenti dell'arte moderna internazionale, illustrando ai presenti quali sono gli elementi da tenere in considerazione nell’interpretazione e valutazione di un’opera d’arte contemporanea in base alla sua esperienza di collezionista e di art advisor. Ha inoltre informato gli ospiti della serata su quali informazioni il potenziale acquirente debba richiedere al venditore per poter effettuare un'accurata due diligence dell'opera d'arte (cfr. "Gli accorgimenti da adottare nell’acquisto di un’opera d’arte") ed infine si è discusso se l'acquisto di un'opera d'arte debba essere effettuato affidandosi al proprio istinto oppure seguendo criteri di razionalità.

 


Sidival Fila: l'arte al servizio della collettività

Frate francescano di origini brasiliane, Sidival Fila lavora con materiali riciclati e tessuti usati: per realizzare le sue opere, l’artista manipola i tessuti e li ricrea mediante il recupero e riuso della materia come metaforico ritorno alla vita. Con gestualità sapiente, riplasma la superficie della tela attraverso la ricucitura di lacerazioni, la ridipintura o l’inserimento di fili, riscattandola così dalla sua condizione per restituirgli una voce e donargli la possibilità di raccontare sé stessa.

Fili, cuciture e tessuti di varie tipologie e colorazioni, interagiscono dando vita ad una nuova dimensione cromatica nelle sue opere, il cui aspetto muta al variare delle condizioni della luce. È evidente un legame con lo spazialismo: con la sua ricerca l’artista tenta di creare uno spazio reale, non virtuale, lavorando sull’introflessione. Su tele monocrome di grandi dimensioni, attraverso le cuciture e mediante la tecnica dei pigmenti, crea una forte interazione cromatica che altera il colore originario, generandone uno nuovo avente una sua particolarità e dal quale emerge l’anima della materia stessa.

Arrivato in Italia negli anni Ottanta, da artista autodidatta si pone nel panorama internazionale come punto di riferimento nella promozione dell’arte quale strumento a sostegno dei più bisognosi: tramite un percorso di ricerca che lo porta a confrontarsi con materiali in disuso, soprattutto tessuti come lino, cotone, seta o canapa, propone una riflessione sul vissuto di tanti uomini, che resta indelebilmente impresso nelle stoffe.

Ha catturato l’attenzione del mondo dell’arte internazionale arrivando ad esporre, tra l’altro, a Madrid, Parigi, Miami e Bogotà ed è presente anche nella collezione permanente di arte moderna e contemporanea dei Musei Vaticani. Il suo atelier è situato sopra il Convento di San Bonaventura al Palatino nel cuore dei Fori Imperiali ed è considerato da molti il più bello e suggestivo al mondo, la cui bellezza purificante raffina il gusto e la sensibilità artistica.

La poetica di Sidival Fila si manifesta nei progetti di aiuto economico supportati sin dagli albori della sua pratica artistica: così come la materia trova riscatto attraverso la riconversione a nuovi significati, allo stesso modo le persone in difficoltà hanno la possibilità di accedere ad una nuova vita e costruirsi un futuro che prescinda dalla loro condizione sciale originaria.

Il suo nome compare oggigiorno nei cataloghi dei maggiori musei del mondo ed i proventi della vendita delle opere vanno a finanziare aiuti umanitari in diversi paesi: la Fondazione Filantropica Sidival Fila nasce nel 2021 dalla donazione di circa cento opere da parte dell’artista stesso e sostiene iniziative di solidarietà sociale, fornendo sostegno a Istituti di Carità e creando nuovi progetti relativi alla cura dell’infanzia, al recupero dei bambini in fase di abbandono, alla loro adozione e al supporto della loro crescita e scolarizzazione.

Questa forma di attivismo al servizio della collettività dimostra come l’arte possa diventare un mezzo di forte inclusione sociale, promuovendo un ruolo attivo nel processo di cambiamento nel mondo ed al tempo stesso colmando una lacuna lasciata dalla società e dagli organi competenti: le iniziative sono difatti finalizzate al miglioramento della qualità della vita delle persone o al raggiungimento di obiettivi aventi interesse generale come il sostegno alla cultura, all’istruzione ed alla salute.

Le realtà no profit che distribuiscono il ricavato ottenuto dalle proprie attività per realizzare progetti di sostenibilità testimoniano la crescente mobilitazione del mondo dell’arte nel contrastare gli effetti sui bambini della povertà economica e relazionale delle famiglie d’origine: tra gli obiettivi vi è quello di abbattere tutte le forme di discriminazione ed emarginazione, dando la possibilità di un concreto inserimento nella società ai meno abbienti.